Contro la democrazia, Jason Brennan

Questo è un libro pubblicato nel 2016 che continua ad essere d'attualità: la democrazia non garantisce i migliori risultati possibili, e bisognerebbe cercare qualche modello alternativo o almeno apportare qualche correzione a quello attuale. L'autore si dilunga - letteralmente, dilunga, allungando il brodo per trecento pagine - nel dimostrare tale tesi, smontando tutte le motivazioni a favore della democrazia a suffragio universale, inclusa quella del "perché sì", cioè quella che sostiene che non importa quali siano i risultati della democrazia: essa è il metodo migliore semplicemente perché il suffragio universale dà voce a tutti.

Ciò che viene proposto è una sorta di democrazia con qualche tipo di sbarramento all'ingresso (epistocrazia): come per prendere la patente di guida o per fare il medico ci si deve sottoporre a un esame, ci dovrebbe essere qualcosa di simile anche per poter fare l'elettore e avere quindi il diritto di imporre a tutti le decisioni prese tramite le elezioni. Tutto molto sensato, a mio parere, e anzi, aggiungo io, ci si potrebbe domandare perché non applicare lo stesso concetto anche al diritto di allevare dei figli: viene già fatto per i genitori adottivi, ci si potrebbe chiedere perché non debba valere anche per i genitori naturali.

Nonostante il libro insista - incessantemente, per trecento pagine - che la democrazia andrebbe giudicata pragmaticamente per i suoi risultati (nel libro non viene detto, ma il solo fatto che la democrazia abbia permesso l'ascesa al potere di Hitler e Mussolini dovrebbe essere sufficiente a porsi almeno qualche domanda sulla sua efficacia), al termine del tomo non si capisce comunque come potremmo mettere in pratica tali modifiche (anche se fossimo "tutti" d'accordo che sono necessarie) e soprattutto chi avrebbe interesse a farlo. Sospetto che la risposta alla seconda domanda sia praticamente nessuno. A parte chi, come Brennan (e me), è estremamente scocciato del fatto di dover sottostare alle decisioni prese da una maggioranza composta da ignoranti, nessuno rinuncerebbe mai al proprio diritto di voto per lasciarlo a qualcuno più preparato di lui. Anzi, avrei dei dubbi persino su Brennan, che infatti in tutto il libro non accenna mai al fatto di essere disponibile a farlo. Ancor meno i politici avrebbero interesse ad avere un elettorato più informato e competente, e quindi meno manipolabile.

Un'altra cosa che non viene toccata nel libro se non di striscio è la relazione tra democrazia e benessere economico: mi sorge il dubbio che la democrazia sia un bene di prima necessità quando si sta male, e un bene di lusso quando si sta bene.

Personalmente trovo interessante che la democrazia e il suffragio universale siano emersi gradualmente dai sistemi politici autoritari precedenti, un po' come i populismi illiberali e i crescenti autoritarismi moderni stiano emergendo dalle democrazie. Forse siamo alla fine di un ciclo. Forse dovremo nuovamente sbattere la faccia contro regimi che negano i diritti fondamentali e generano miseria per i propri cittadini per ricominciare a lottare per una democrazia migliore.

Mi sono appuntato qualche passaggio del libro.

Dall'introduzione: "Sostiene Brennan che escludiamo già oltre il 20 per cento della nostra popolazione dal diritto di voto, perché lo riteniamo ignorante e dotato di una scarsa capacità di giudizio. Chiamiamo queste persone "minorenni" [...]. [...] Non consentiamo che gli immigrati legali ottengano il diritto di voto a meno che non superino un test di educazione civica che la maggior parte della popolazione di origine americana probabilmente fallirebbe."

"Chiedere a tutti di andare a votare è come chiedere a tutti di buttare immondizia in giro."

Nel capitolo in cui l'autore critica la democrazia deliberativa (nella quale i cittadini si incotrano e discutono al fine di prendere una decisione), fa sorridere che chiunque abbia mai partecipato a un'assemblea di condominio non può che trovarsi d'accordo con le conclusioni: "La maggior parte degli studi riscontra che la deliberazione non è in realtà in grado di produrre i risultati che i suoi sostenitori auspicano. Anzi, produce spesso i risultati opposti. [...] In apparenza, l'evidenza empirica mostra sia che le persone sono troppo hooligan per deliberare propriamente, sia che la deliberazione le rende ancora più hooligan."

"Avevo una coinquilina all'università genuinamente convinta di essere una strega e di possedere il potere di alterare il meteo in maniera sottile. Lei sicuramente sentiva di avere più potere quando lanciava uno dei suoi falsi incantesimi. La sensazione era vera, ma la convinzione era un'illusione.  Temo che agli elettori nelle democrazie accada qualcosa di simile."

Solo a pagina 233 l'autore menziona brevemente che uno dei principali problemi delle attuali democrazie è l'immensa possibilità di manipolare l'elettorato attraverso i mass media: "Dovremmo quindi chiederci: nel mondo reale, gli elettori sono influenzati dal carisma e dallo spettacolo politico, o cercano invece la verità in modo spassionato, razionale, senza che sia facile ingannarli?"

"In una moderna democrazia i cittadini possono convenire che "le cose dovrebbero essere migliori", e allo stesso tempo essere in disaccordo sul significato dell'aggettivo "migliore" e su cosa è necessario, esattamente, per poter dire che siano migliorate. Inoltre, molti cittadini votano semplicemente per esprimere la propria insoddisfazione o dimostrare fedeltà al proprio gruppo preferito."

A pagina 237, un passaggio è particolarmente interessante, perché cita un dato errato che non solo è stato usato da Trump in campagna elettorale, ma è stato poi effettivamente oggetto di interventi: "la maggior parte degli americani crede che gli aiuti ai Paesi stranieri riguardino circa il 28 per cento del bilancio statale, mentre in realtà la percentuale è prossima all'1 per cento. Gli americani sopravvalutano sistematicamente gli importi destinati a certi usi [...]; allo stesso modo, sottovalutano sistematicamente quanto denaro viene speso per la difesa e per il welfare."

"Supponiamo di avere standard molto bassi in merito a ciò che conta per ritenere un voto "informato"; [...]. All'elettore diciamo soltanto: "se sei di sinistra, vota per il partito di sinistra; se sei di destra, vota per il partito di destra. Questo è tutto quello che ti chiedo".  Sembra che il 25 er cento meno informato degli elettori non riesca a fare nemmeno questo. Come discusso nel capitolo 2, quel 25 per cento non solo è ignorante: sa meno di niente. E poiché gli elettori tendono a sapere di più dei non-elettori, abbiamo ragione di sospettare che il 25 per cento meno informato degli attuali astenuti sia anche peggio.".

A pagina 247 c'è un promemoria sulle ragioni della situazione attuale della classe politica di molti paesi occidentali (in prima fila, l'Italia): "Se gli elettori fossero meglio informati avrebbero altre preferenze politiche; se i candidati politici si confrontassero con un elettorato più informato, avrebbero altre piattaforme politiche. In breve, è vero che il sistema dei partiti rende più facile agli elettori con un basso livello di informazione scegliere tra i candidati che gli vengono presentati, ma allo stesso tempo, proprio perché gli elettori sono male informati, la qualità dei candidati è molto più bassa di quello che sarebbe altrimenti". E su questo si potrebbe scrivere un libro intero sulle responsabilità dei mass media su questo tema.

Infine, nel capitolo conclusivo "nemici civici" (che invece avrebbe dovuto essere il primo, perché è chiaro che il problema principale, per Brennan, è quello di dover sottostare a decisioni prese da una massa di ignoranti) viene dedicata qualche pagina a demolire anche la cosiddetta "saggezza delle masse" (la stessa che ci fa usare tripadvisor per scegliere un ristorante o wikipedia per informarci): "Immaginate invece di dover mettere al voto la decisione su cosa mangiare o ascoltare. Supponiamo di dover scegliere uno stesso pizzaiolo o uno stesso cantante per tutti. Sarà Domino contro Pizza Hut - la pizzeria Orso è esclusa; sarà Justin Bieber contro Sia - gli Opeth sono esclusi. Se trasformiamo queste decisioni di mercato in decisioni politiche, si deciderà che tutti debbano mangiare Pizza Hut e ascoltare Sia. [...] Le scelte politiche sono limitate. Sebbene le opzioni possibili siano molte, in ogni decisione ne sono sul tavolo ben poche. Le decisioni politiche sono anche monopolistiche: dopo la decisione, rimarrà solo un'opzione che tutti dovranno accettare. Al di fuori della politica, di solito, fa poca differenza che abbiate gusti diversi dai miei, Posso tollerare le preferenze diverse e addirittura, in alcuni casi celebrarle perché le vostre preferenze non mi impongono alcun costo. Ma una votal che cominciamo a prendere decisioni politiche, le preferenze differenti sono fonte di genuino conflitto. Per poter ottenere quello che volete dovete impedirmi di ottenere quello che voglio io".



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