Una delle caratteristiche della realtà sempre più orwelliana in cui viviamo è quella di abusare delle parole per manipolare la percezione delle cose da parte delle persone. La tecnologia è il campo dove possiamo osservare gli esempi più evidenti di questa pratica, ma nessun ambito ne è più esente, soprattutto quelli in cui si tratta di vendere qualcosa o generare consenso da sfruttare a fini elettorali.
L'aggettivo smart davanti alle cose si è rivelata una delle truffe più clamorose del XXI secolo. Si è iniziato affibbiandolo a qualsiasi oggetto connesso a Internet, sottintendendo che tale connessione l'avrebbe automaticamente reso più "intelligente", o perlomeno in grado di fare cose più complesse e più utili del suo predecessore "non smart". Ovviamente il ragionamento è fallace, in quanto un collegamento a Internet permette potenzialmente di fare tante cose, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo l'effettiva volontà e capacità di farle, quelle cose. La realtà oggi consiste di apparati di ogni tipo esposti alle intrusioni di criminali o governi totalitari, e di consumatori legati mani e piedi a qualche subscription a fantomatici servizi cloud senza i quali non si riesce più nemmeno a fare il bucato. In altre parole, l'aggettivo smart è servito per giustificare qualsiasi porcheria con la scusa di fornire servizi innovativi a consumatori che nella maggior parte dei casi non ne sentivano alcun bisogno. Ma ormai siamo ben oltre: le smart cities o le smart industries (solitamente "4.0" o "5.0") nessuno sa bene cosa siano, ma in virtù dell'aggettivo magico sono incontestabili.
Da smart a intelligente il passo è brevissimo. Da alcuni anni ormai siamo vittime di un hype irresistibile per l'intelligenza artificiale: fa niente se il termine è estremamente vago e per giunta viene usato in modo impreciso. In primo luogo, si parla genericamente di "IA" per riferirsi all'intelligenza artificiale generativa, cioè gli strumenti che, partendo da un "large language model" di riferimento, lo rimasticano, assorbono, e, appunto, lo usano per generare con grande efficienza nuovi output nella "lingua" desiderata, che essa sia testo, immagini, suoni o video. Già questo dovrebbe farci essere sospettosi verso il termine "intelligenza". Ma ancor più grave è il fatto che l'aggettivo intelligente venga utilizzato così facilmente mentre, in realtà, nessuno è nemmeno ancora ben sicuro di cosa sia effettivamente l'intelligenza. Quali caratteristiche rendono effettivamente sapiens la nostra specie? Un delfino è intelligente? E una scimmia? un corvo? una formica? Questi sono più o meno "intelligenti" di un essere umano? e come? e perché? Visto che non sappiamo nemmeno rispondere in maniera esauriente a queste domande, ne consegue che l'utilizzo del termine "intelligenza" per descrivere sistemi informatici basati fondamentalmente sulla statistica e la forza bruta computazionale è truffaldino. Come l'aggettivo magico "smart", anche "intelligente" viene usato principalmente da due gruppi di persone: quelle in malafede che lo utilizzano per il proprio tornaconto economico, e quelle che, in buona fede, sono vittime della macchina di marketing delle prime e prendono per buono tutto quello che tutti gli altri continuano a ripetere.
L'altro grande inganno dei nostri tempi è quello dei social network, che ovviamente di "sociale" non hanno quasi più nulla. Dietro la facciata di servizi utili a mettere in contatto tra loro le persone, ci sono aggressivi algoritmi di engagement progettati per tenere gli utenti incollati allo schermo il più a lungo possibile, allo scopo di mostrargli quanta più pubblicità possibile, nella speranza di vendergli più roba possibile. Dietro a ciò, inoltre, c'è l'utilizzo degli stessi algoritmi per generare propaganda per guidare l'opinione pubblica, o per raccogliere informazioni personali con cui alimentare sistemi di sorveglianza di massa. Quando i "social" network e i loro padroni avranno completato il monopolio dei mezzi di comunicazione digitali saranno guai grossi. O forse staremo tutti meglio: per quel tempo, saranno i nostri avatar AI a parlare tra di loro, sempre rispettosi dei terms and conditions predisposti da Silicon Valley.
Il meccanismo ovviamente non è nuovo. Il primo esempio che mi viene in mente relativo alla mia esperienza diretta è il prefisso eco. I divani in ecopelle e le pellicce ecologiche sono stati una gigantesca truffa linguistica per tagliare i costi di produzione e sommergerci di plastica. La manovra in questo caso è stata a suo modo geniale: prendiamo le proteste degli animalisti contrari all'uccisione di visoni, vacche, serpenti e leopardi, gli affibbiamo una generica etichetta ecologista e gli mettiamo la sordina inondando il mercato di poliestere. Che ammazzare e scuoiare animali per indossarne la pelle sia una pratica barbara non si discute. Ma che sia più ecologico estrarre una risorsa non rinnovabile come il petrolio per convertirlo in abiti che non faranno altro che ritornare in circolo nell'ambiente sotto forma di microplastiche, è indiscutibilmente un'altra truffa.
La lista è molto lunga e, se ci si presta attenzione, produce un effetto stordente e una forte sensazione di impotenza.
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